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sabato 9 novembre 2013

my own kind of ghosts



Al tavolo dove mangiava tutte le sere, di fronte al camino che aveva visto lei e Cole Scott felici, per una notte brevissima. Sulla veranda da cui aveva puntato il fucile in attesa che arrivassero i desperados dei tre fratelli Bolton. Nelle stalle dove aveva tenuto Shamrock, tra i cavalli che aveva curato, ormai vecchi. Nella sala in cui avevano tenuto il corpo ripulito di Buck Blackbourne, con le mani sul cuore e il browncoat macchiato. Nell'infermeria dove l'avevano vaccinata, lungo i campi in cui aveva rischiato la vita contro scorpioni geneticamente modificati grandi come pecore. Dietro la finestra che guardava mentre progettava un omicidio. 

Jack Rooster si muove nella bella casa colonica e la casa le parla di quando c'era Ritter a difendersi dietro i muri, di quando c'era Sterling a bussarle alla porta e Roona Mei Wilson a scartare regali. Le parla di quanto ha dato, quanto ha preteso, quanto non le è stato restituito. Parla di tutti i pugni dati ad Arkan McCorvin e di quando fu cacciata, e il giorno dopo aspettò la squadra di alleati al Crazy Horse Saloon. Parla di Jimbo nascosto in cucina e del ruggito delle notti senza luna. Segue sul pavimento le tracce di una nostalgia piena di rancore. Conta sulle tacche del mauler le volte che ha rischiato la vita per gente che non l'avrebbe rischiata per lei.

"Ammiraglio, è tutto pulito. Procediamo?"

La voce nell'auricolare sfrigola. 

"Aye. Prendete le provviste, e il bestiame. Prendete ogni cosa."



Never took the chance to be
Something I thought I lacked
The only things I give away
Are things I don't want back

giovedì 20 settembre 2012

my own kind of same old



Novikov. 

Ho lo sguardo della madre puntato nel cervello. Sono andata sulla tomba dei loro figli a chiederle di suo marito, il contatto giusto per inserire un po' di armi nella protesta, aumentare l'escalation di violenze. Creare problemi in seno all'Alleanza.

Quindi sono andata da Lara Novikov. Carsen parlava e io stavo zitta, a farmi ribaltare lo stomaco mentre cercavamo di estorcere ad una madre in lutto la posizione di suo marito, l'uomo a cui avremmo messo in mano una manciata di armi da fuoco leggere con le quali probabilmente si farà ammazzare.

Ho sempre ritenuto in qualche modo una cosa naturale, tornare a casa e trovare la mia famiglia morta, mia madre morta. E giusta, in prospettiva: mia madre non avrebbe mai potuto superare la morte di Cain... nessuna donna, neanche la più forte, potrebbe sopportare la morte di un figlio. E lei era forte. E' la persona più forte che in vita mia abbia mai avuto la fortuna di incontrare. Crebbe Cain e me senza un marito, in un paese che male accettava le famiglie non conformi. Mi sono chiesta se il dolore negli occhi di Lara Novikov fosse lo stesso che avrebbe avuto mia madre nel sapere Cain morto in guerra. Sono sicura che sia morta pensando che saremmo tornati a casa entrambi, sani e salvi.

Me ne sono andata via dal quel cimitero di fretta, con il cuore rattrappito. Ho pensato molto, ho guardato molto. Sterling vorrebbe aiutarli di più, e conoscendola non mi sorprende: tutti gli emarginati, i maltrattati, gli sfruttati sono per lei una grande, unica famiglia, e gli operai ribelli e mortificati di Meili hanno diritto alla rivolta quanto i bombardati di Shijie, i tassati di Greenfield, gli schiavi di Clackline, i confinati di Saint Andrew, i mudders della luna di Boyd, i minatori di Seven Hills...

Sterling non può fare a meno di essere come è. E' un cuore di panna, ci ha visto bene Edwards subito. Ha un'anima enorme e nella sua lotta per la giustizia c'è posto per tutti. E' la persona a cui lascerei costruire un nuovo 'Verse, senza un ripensamento, un dubbio.

Vorrei essere anche io così, a volte. Roona Mei mi ha detto qualcosa riguardo il mio cuore che diventa nero e la mia capacità di provare pietà che sta svanendo sotto l'odio. Roona Mei non vede tutto, non ci è mai riuscita: non ha mai capito cosa sia stata veramente la guerra... non ha mai combattuto davvero. La rabbia mi mangia da dentro, ma non perché desideri che sia così. Vorrei essere anche io come Sterling, a volte. Ma non posso. Quando la Almost Home si leva sui cieli di Meili, guardo sotto di me e vedo le fabbriche che hanno costruito le bombe e le navi e le armi che hanno distrutto il mio pianeta. Non il rim: il mio pianeta, casa mia. E nel momento in cui sono di fronte alle tombe di Oscar e Trenton Novikov, non sono di fronte alle tombe di due ragazzi, di due figli, di due rivoltosi, di due giustizieri. Sono di fronte alle tombe di due persone che hanno reso possibile la distruzione della mia terra, l'uccisione dei miei amici e della mia famiglia. Oscar e Trenton Novikov sono responsabili del dolore che mi trascino dietro non meno di chi ha sparato il proiettile che si è quasi portato via il muscolo della mia gamba, non meno di chi ha premuto il pulsante rosso che ha sganciato le bombe su Sweet Waters, non meno di chi ha lanciato quella maledetta granata che ha ammazzato mio fratello a Serenity Valley.

Vorrei essere anche io come Sterling, a volte. Ma mentre la Almost Home si leva nei cieli di Meili, non riesco ad essere nessun altro che la solita me stessa.

giovedì 5 luglio 2012

my own kind of busy




I morti vanno rispettati.

Mentre il ragazzino di Corona e una bambina di non so dove mi guardano come se fossi pazza, mi chino sul corpo freddo di Boyd Flynt e recito le parole che si recitano per i naviganti. Loro lo reclamano, dicono che è del ranch. Non sanno niente di Boyd Flynt. Non sanno che venne a parlarmi che non avevo ancora imparato il suo nome, mentre ferravo i cavalli. Mi disse che voleva viaggiare con noi, vedere il 'Verse. Che sarebbe stato leale, che gli piacevano i browncoats e non avrebbe dato problemi. Che avrebbe fatto anche il mozzo, non gli importava, voleva imparare un mestiere nuovo. Non voleva diventare vecchio su Greenfield. Mi disse non voglio diventare vecchio su Greenfield, tra le vacche. Fammi salire a bordo. Fammi viaggiare con te.

Non sanno che Boyd Flynt non era del ranch, non era nemmeno della mia nave. Boyd Flynt non voleva essere di nessuno. Non voleva un destino segnato, perché sapeva benissimo che a gente senza grandi talenti come lui tocca normalmente un destino noioso. Non voleva appartenere al ranch, né a noi. Voleva scoprire il 'Verse e morire con qualche bella storia da raccontare, da vecchio.

Lo riporto a casa sua con un thor, ripulito, dopo essermelo trascinato per tutta la nave fino alla stiva, temendo che quel dannato scorpione prendesse anche me. Gli ho messo degli abiti ordinati, li ho presi tra quelli lasciati da Scott. Mi chiedo se lui non sarebbe stato in grado di evitare tutto questo.

Lo riporto a casa, Boyd. I genitori piangono, io mi offro di pagare il funerale. La madre mi insulta, mi dice che è colpa mia, che a Oak Town lo sanno tutti che mi sono quasi fatta ammazzare al saloon, che lo sanno tutti io e il mio equipaggio siamo dei piantagrane.

You just ain't no good, mi dice.
You and your crew. You just ain't no good.

Il padre mi invita dentro e mi offre dell'alcol. Per un attimo penso che non dovrei bere sullo Zaleplon. Poi mi rendo conto che mi sta mettendo davanti un bicchiere del suo gin migliore, e che rifiutarlo sarebbe una mancanza di rispetto. Bevo un sorso, tengo gli occhi sul gin. Lui inizia a raccontarmi di quando suo figlio era piccolo. Di come fosse insoddisfatto, sempre, di come fosse curioso. Di come fosse cresciuto triste, di come quella tristezza si alzasse come un sipario ogni volta che diceva che sarebbe partito con la nave di Jack Rooster. Dannato il giorno in cui ti ha incontrato, Jack Rooster. E benedetto quel giorno, perché gli ha dato un po' felicità prima di morire. Mi dice questo. Mi dice che nessun genitore dovrebbe seppellire suo figlio. Resto con lui ancora un po', poi mi alzo, saluto rispettosamente e me ne vado. Porto il thor alla stalla di Shamrock e lì prendo il cavallo. Lo preferisco al guidare, di molto. Ho bisogno di pensare.

Sulla strada penso, quindi. John è partito verso Richleaf, in un viaggio della speranza. Forse si salverà, forse no. Forse avrei dovuto permettere al ragazzino di Corona di aprire Flynt in due e prendere il suo polmone, e riportarlo ai suoi genitori con un taglio nel mezzo del petto e più leggero di un organo. Penso a John intubato. Penso a John che da intubato mi ha forse risolto un problema. Penso che ho fatto bene a mandare il ragazzino di Corona con lui. Penso all'elettricità.

Sono preoccupata per Ritter. Nessuno sembra sapere niente di lui, e quando arrivo al ranch nessuno sembra stia facendo niente per sapere di lui. Neville non ha idea di ciò che sia successo, né di dove si trovi. Roona Mei sa che è stato arrestato, ma non ne conosce le condizioni né la posizione. Quando vado a buttarla giù dal letto per farla lavorare, dico a Sterling che non sappiamo molto, ma che qualcuno ce l'avrebbe detto, se fosse morto.

Quando esco dalla sua stanza, incrociando Zoya per poco, mi chiedo se non le ho mentito. Sono le quattro del mattino e devo trovare un posto dove dormire. Sterling mi dice di prendere la sua stanza, io le rispondo che al ranch non ci posso stare. Le dico di fare il lavoro che ho detto di fare a lei e alla Thomson. Che non abbiamo tempo.

Non ci posso più stare, al ranch.

Dormo da un'affittacamere appena fuori Oak Town, che ad un prezzo modico mi permette anche di far bere e mangiare il cavallo. Acab mi segue ma non si avvicina, io capisco che deve fare di nuovo l'abitudine alla mia presenza. Un paio di spine e qualche ferita superficiale mi fanno pensare che abbia passato questo lungo tempo nei boschi, a cacciare. L'ho esaminato. Non ci sono segni che facciano pensare all'attacco di uno scorpione.

Dormo un paio d'ore. Mi sveglio presto, esco presto. Mi carico una ragazzina lungo la strada e la porto alla redazione dell'Oak Town Gazette, il giornale più raro di tutto questo pianeta. Sveglio il caporedattore impegnato a smaltire sulla sua scrivania la sbornia del giorno prima, gli dico che ha del lavoro da fare e quando protesta gli poggio cinquanta dollari sul tavolo. Alla ragazzina ne do venti.

Faccio inoltrare due richieste all'Ottava Flotta, simili e con nominativi diversi, formali, ognuno dei quali chiede delle sorti di Eleazar Ritter. Un comunicato prestampato ma ancora non diffuso arriva sui terminali. E' vago, dice che Ritter è vivo e che è a Horyzon. Faccio mandare dalla ragazzina un altro messaggio in cui chiedo più specificatamente dove si trovi Ritter, che è diritto di chi chiede saperlo, che è diritto suo ricevere visite.

Rispondono dopo quarantacinque minuti. Dicono che è Capital City, al General Hospital gestito dalla Blue Sun. Do alla ragazzina altri cinque dollari e le dico di scrivere dal mio cortex-pad ai seguenti contatti: Vergil Neville, Eivor Edwards, Roona Mei Wilson e Eir Sterling. Le dico di scrivere che Ritter è stato ferito, che è stato curato e che è fuori pericolo. Le dico di scrivere che è al General Hospital di Capital City, Horyzon.

Esco dalla redazione non appena ha inviato il messaggio. Sono calma, ma sono ancora preoccupata per Ritter. Ma almeno ho scoperto qualcosa.

Ora non mi resta che cacciare a calci in culo uno scorpione gigante dalla mia nave.

domenica 1 luglio 2012

my own kind of quiet








Sono calma.

Calma, mi sfoglio al contrario alla ricerca dell'ultimo ricordo positivo che ho non legato a morti ammazzati, non legato alla lotta e ai pochi successi che ci siamo conquistati col sudore della fronte.

Il sudore della fronte. Mi poggio la mano sulla testa e la sento bollente. Mi poggio la mano sul cuore e lo sento bollente. Non voglio sentirmi così. Non voglio più sentirmi così. Voglio sentirmi calma, quieta. Pagina dopo pagina, cerco l'ultima volta in cui sono stata quieta. 

Montavo l'amaca per Scott. Ero sicura di avere un paio d'ore, durante il suo turno di ronda. Senza fretta, pensavo alla faccia che avrebbe fatto vedendola lì. Ero calma, il natale è una festa che mi è sempre piaciuta, anche dopo la guerra. Ero calma e quieta mentre mi stendevo sull'amaca e la provavo, dondolandola e chiedendomi se avrebbe retto due persone.

Cercavo un libro ad una bancarella. Alcuni li avevo già letti, molti invece non li avevo mai neanche aperti. Cercavo un libro ad una bancarella per il compleanno di Roona Mei, pensavo a mia madre che leggeva le storie a tutti i bambini di Madrida di fronte al falò e a Scott che se ne era andato, ma ero calma, ero quieta. Anestetizzata dalla consapevolezza che non avrei potuto fare di meglio. Anestetizzata dal rileggere quel vecchio racconto, Il Gabbiano. Tenerlo tra le mani e sfogliarlo. Mentre scorrevo le parole, sentivo in testa la voce di mia madre che lo leggeva. 

Roona Mei e Scott non sono pensieri giusti. Non sono ricordi giusti, col senno del poi. Il senno del poi getta tutto in ombra.

Dormivo sulla Almost Home per la prima notte dopo averla comprata. Mi ero scelta una cabina spaziosa e vuota, ci avevo portato un materasso sottile che, mi assicuravano, era stato interamente spulciato, e una coperta da metterci sopra, così da potermi stendere. Senza cuscino, dopo la nostra prima cena insieme da equipaggio, fumavo un'erba profumata in grado di rilassarmi i muscoli, e mi rendevo conto che, da quando ero partita per la guerra, era la prima volta che possedevo qualcosa, che avevo una cosa mia. Ed ero quieta, ero calma.

Ero dietro il saloon, con la schiena premuta sul muro esterno e una siringa nel braccio. Ritter tirava via l'ago e mi diceva che dopo poco avrebbe fatto effetto. Io sentivo il dolore scivolare via come sciacquato dall'acqua fresca in estate, e tutti i terribili pensieri che si erano agitati fino ad un attimo prima tornavano in ordine, diventavano semplici e luminosi. Ogni cosa era rischiarata dalla propria luce, ogni cosa aveva un senso perfetto ed era inserita in un puzzle che combaciava senza forzature, restituendomi un'immagine chiara e accogliente del futuro e del passato. Tutte le cose insensate avevano un senso. La guerra, le persone che ho incontrato, tutti i passi che ho fatto, Cain che moriva tra le mie braccia, il funerale di Blackbourne, John Cassidy che mi cacciava dalla sua nave, ogni cosa aveva un ordine preciso, ed ero svuotata di tutto il rancore, di tutto l'amore, di tutta la felicità, di tutto il dolore e della rabbia. Ero calma. Ero quieta. 

Ero poggiata contro il bancone di Jimbo, con un dolore così forte da farmi riempire gli occhi di lacrime. Avevo il respiro affannato e gli occhi stretti, e sentivo di poggiare le mani nel mio stesso sangue. Affogavo nelle mie emorragie mentre intorno a me continuavano a sparare e a spararmi, e pensavo a quando mia madre ci portava in chiesa a sentire il reverendo Pelton parlare del paradiso e di come tutti abbiano un loro destino e un loro tempo, e di come fare il volere di Dio voglia dire compiere il proprio destino, morire al momento giusto, e che alla fine Dio ci avrebbe perdonati tutti, perché dio è perdono e misericordia e bene infinito. Ero poggiata contro il bancone di Jimbo e stavo morendo.

Ero calma.

Ed ero quieta.



oh mother, I can feel the soil falling over my head, / and as I climb into an empty bed, / oh well, enough said, / I know it's over still I cling, / I don't know where else I can go, over. / oh mother, I can feel the soil falling over my head, / see the sea wants to take me, / the knife wants to slit me, / do you think you can help me, / sad veiled bride please be happy, / handsome groom give her room, / loud loutish lover treat her kindly, / though she needs you more than she loves you, / I know it's over - still I cling, / I don't know where else I can go - over; over. / I know it's over and it never really began, / but in my heart it was so real, / and you even spoke to me and said, / "if you're so funny, then why are you on your own tonight?" / "and if you're so clever then why are you on your own tonight?" / "and if you're so very entertaining then why are you on your own tonight?" / "and if you're so very good looking, why do you sleep alone tonight?" / I know,/ because tonight is just like any other night, / that's why you're on your own tonight, / with your triumphs and your charms, / while they're in each other's arms, / it's so easy to laugh it's so easy to hate, / it takes strength to be gentle and kind, / over and over and over. / it's so easy to laugh it's so easy to hate, / it takes guts to be gentle and kind, / over, over. / love is natural and real, / but not for you my love, / not tonight my love. / love is natural and real, / but not for such as you and I my love, / oh mother, I can feel the soil falling over my head, / oh mother, I can feel the soil falling over my head, / ohhh-ohh, / oh mother, I can feel the soil falling over my head.

martedì 26 giugno 2012

my own kind of bleeding


Devo restare sveglia.


Se rimango sveglia, non tiro le cuoia. 


Se rimango sveglia sopravvivo.


Voglio svenire.


Se svengo smetto di sentire dolore, ma se svengo muoio.

Ooh, che succede adesso, ti senti debole? Che succede adesso, ti ficchi in situazioni così e poi non ti aspetti di morire dissanguata sul pavimento lurido di un saloon di periferia? E' la tua vita che è lurida, lo sai bene. E' la tua vita che è lurida, che tiene lontana la gente, ed è la tua vita lurida che ti rende così ridicola quando metti su la faccia calma e dentro sei una povera disperata. Lo diceva anche lui che in testa non hai un'idea buona, che avanti così ti farai ammazzare, e ora muori, no? Pensi che non veda lo schema? Pensi che non veda il sottile filo rosso che tiene insieme tutte le tue azioni apparentemente senza senso? Roona Mei che si mette in mezzo, Scott che si mette in mezzo, Sterling che si mette in mezzo, Maryanne che si mette in mezzo. Mei mei che ti caccia, Demidov che si mette in mezzo, Sterling e Wright al gabbio, vedere McCorvin ancora vivo, quella visita che hai fatto alla lapide di Blackbourne da lontano, il ritorno del ragazzino che ti ha colpito come un pugno in pieno stomaco, togliendoti il respiro, aggredendoti alle spalle con tutto il carico di passato che vorresti tenere lontano e che invece deve tornare a cercarti e a farti male. Jim. Dio santo, cos'è successo a Jim?

Dio santo, perché penso a Jim? Perché tra le centinaia di persone a cui potrei pensare, penso a Jim? Perché non posso morire con la voce di mia madre nelle orecchie, il sorriso di mio fratello davanti agli occhi? Perché Jim? Perché James Murdock?

Perché Jim ha tradito. Non è stato il primo né l'ultimo, non è stato il più doloroso ma è stato il più chiaro, il più ovvio. Segui il filo rosso. Segui il filo rosso della tua felicità interrotta, della tua vita stuprata da eventi troppo grandi per una persona piccola come sei tu. Sei piccola, è questo che sei. Sei minuscola, e il 'Verse è gigantesco. Sei debolissima, e l'Alleanza è un gigante forte. Sei una sola, e il resto dell'universo ti rema contro. Sei una sola, e remi contro il resto dell'universo.

Non devo svenire.


Se svengo smetto di sentire dolore, ma se svengo muoio.

Non so se ho iniziato tutto perché volevo morire. Non so se ora mi sforzo di non morire perché voglio vivere o perché devo vivere. Non so chi non lo supererebbe in poche settimane. Non so se quello che devo fare devo farlo, o è una scusa per continuare a vivere. 

Non devo svenire.

Se svengo smetto di sentire dolore. 


Se rimango sveglia sopravvivo.

Voglio dormire.


my own kind of sleepless night


"Ooh, Rooster"

Jimbo mi saluta così, mentre sono in aria di chiusura. Si controlla attorno ripassando a mente i clienti e assicurandosi che non ci siano giacche blu. Anche lui sa che non ci vado d'accordo. Gli ho dato dei problemi, al saloon, più di una volta. Qualche volta glieli ho anche tolti però, per cui mi scruta sempre con una certa indeterminatezza di sentimenti.

"Che ti porto, un whisky?"

Gli dico di no, che non sono lì per bere. Ho una sacca in spalla, dovrebbe rendersene conto facilmente. Non so se non capisce subito o se finge di non capire, ma un po' di tempo fa ho deciso che non mi importa di queste cose, che ho roba più importante a cui pensare.

"E che succede che dormi qua? Problemi al ranch?"

Gli sorrido senza intenzione e gli dico che un goccio a ben vedere me lo farei, se non è di disturbo. Poi come spesso accade gli pago tutta la bottiglia e me la faccio lasciare. Mi fa sempre prezzi per le mie tasche, anche se roba così naturale altrove la farebbero pagare dieci volte tanto. Mi piace Greenfield, in un certo senso. Mi piace il verde. Non è com'era casa mia però. A casa mia eravamo più poveri. Greenfield diventerà presto un posto di villeggiatura per corers in cerca di avventura. Se nessuno lo difende.

"Allora, sulla nave come va? Ho sentito che hanno arrestato la tua macchinista insieme a quello che ha fatto il culo al giallo gigante al torneo di lotta..."

Sollevo le spalle e inizio a bere, di parlare non ho molta voglia. So che dovrò dirgli delle cose, a Jimbo. Gli chiedo dov'è finito l'oste che si era preso per un po', il biondo, e lui mi risponde borbottando con un certo disappunto. Sono così stanca che mi va di dormire e non svegliarmi più. Prendo un respiro profondo e provo a sorridere, e dico: Jimbo.

"Jimbo, verranno a prendermi gli assaltatori. Non incasino il saloon, te lo giuro. Ma ho bisogno di un posto dove dormire, e te lo pago. Posso prendermi un letto qui?"

Jimbo sgrana gli occhi, dondola su se stesso, tentenna. Ho deciso di chiederlo a lui perché so com'è. Se l'avessi chiesto a Sylvia mi avrebbe offerto un bicchiere di whisky e poi mi avrebbe cacciato a calci in culo, dicendomi di portare i miei casini. Jimbo invece prende la chiave di una delle stanze e mi dice, con la cautela con cui si parla di malefatte: "se te lo chiede Sylvia, tu non mi hai mai detto niente, eh?"

Gli sorrido e gli pago la nottata, poi salgo le scale trascinandomi dietro da bere. Uno dei tre letti è occupato da una vecchia che dorme profondamente, ma che si gira dall'altra parte quando sente il rumore dei miei stivali. Gli stivali me li tolgo, la sacca con la mia roba la lego ad un piede del letto. Prendo gli antidolorifici a base di morfina di Ritter e mi stendo alla penombra di una candela, con il buio annidato in ogni angolo.

I vestiti non me li tolgo. Mi sciolgo i capelli, però, e osservo il soffitto aspettando che gli antidolorifici che ho mandato giù facciano il loro effetto. Vorrei non pensare, ma non riesco a farne a meno. Ho un vuoto all'altezza dello stomaco, non mangio niente da stamattina. Vorrei dormire. Chiudo gli occhi e provo a pensare a qualche ballata che cantavo da ragazza, che mi distragga.

I can't promise you that I won't let you down, and I can't promise you that I will be the only one around when your hope falls down

Ne cerco un'altra girandomi sul fianco e spostando il cuscino in modo da averlo tra il braccio e la guancia. Le lenzuola non le ho neanche tirate giù, fa troppo caldo. Ma non posso spogliarmi, potrebbero venirmi a prendere in ogni momento. Avrei voluto urlare in faccia a McCorvin che l'ho quasi ammazzato io. Che l'ha salvato una buona stella, ma che la prossima volta mirerò alla testa. Gli ho dato un pugno, però. A Roona Mei non è piaciuto. Si è messa in mezzo tra me e lui e mi ha spinto indietro, ad un certo punto.

so break my step and relent, you forgave and I won't forget, know what we've seen and him with less, know in some way, shake the eccess

E' già successo. A me, più volte, in modi diversi, per motivi diversi. Quando Sterling si mise tra me e Ritter, sputandomi in faccia che lui sapeva tutto, che gliel'aveva detto nonostante fossi stata chiara su cosa sarebbe successo se solo avesse annusato qualcosa con quel suo naso sproporzionato. E' successo con Scott e la Winter, anche se non fisicamente. E' come se passassi la mia vita a difendere chi ho a cuore, e loro passassero la vita a difendere gli altri da me. Come si farebbe con una bestia. Non ne avevo bisogno. Non dopo quella serata, non dopo essere quasi stata ammazzata da uno di quegli scorpioni giganteschi che infestano il ranch da un po'. E paradossalmente, tra tutte le persone che conosco da una vita, quello che in quel momento si è messo in mezzo per difendermi invece che per difendere da me è stato un semisconosciuto, un koroleviano che gira al ranch da un po'. Si è preso un colpo, per me. In maniera stupida e inutile, ma l'ha fatto. Non l'ha mai fatto nessuno. C'è sempre stato qualcosa più importante di me per tutti. Che fosse orgoglio, o un compagno, o un principio, o il quieto vivere e un po' di tranquillità.

Quando McCorvin è arrivato, l'immagine di Demidov paralizzato mi stava divorando da dentro. So di essere stata una persona avventata, per tanti motivi. Ma non l'ho mai nascosto, e a Roona Mei lo dissi chiaramente, da subito. Le ho detto anche non metterti in mezzo. Ha voluto mettersi in mezzo. Dovrei farmi delle domande. Dovrei chiedermi perché mando a puttane tutto, ogni singola volta che inizio a ricostruirmi una seppur vaga parvenza di normalità.

Dovrei iniziare a chiedermi chi si metterebbe in mezzo per proteggere me.

lunedì 28 maggio 2012

my own kind of public relationship


Con Roona Mei al capezzale di Thomson e Sterling uguale, mi sono ritrovata a dovermi occupare di mille cose che al ranch non ho mai fatto. La mattinata intera al banco della frutta e verdura alla piazza del mercato, per dirne una: mai vista una trafila di individui con richieste più ridicole. E i carciofi né piccoli né con le spine, e le pesche noce, e i cavoli verza che non sono uguali ai cavoli cappuccio, e come mi consigli di cucinare queste rape, e quali sono le carote buone per lo stufato, e queste mele che mi hai dato sono tutte ammaccate, e dove stanno i cavalli che ci stanno di solito? Appena è passato Carradine gli ho mollato tutto, e poco me ne fregava che fosse solo passato per portare i cavalli che mi ero scordata. 

C'era quel tipo, quel Mickey, l'oste nuovo dei Marshall. E' uno strano, che non porta armi con sé perché "non gli piacciono" ma che potrebbe voler imparare ad usarle per proteggere "qualcuno", quella di cui è innamorato, dice lui. Deve essere stagione, sono tutti con gli ormoni strani.

Non so se Sterling e Ritter si sono resi conto di ciò che ho fatto. Non so se si sono resi conto che, per quanto volessi sbattere le loro teste contro il muro fino a sfondarlo, non avrei mai ucciso Ritter. Non so se si sono resi conto che quello che li ho obbligati a fare non l'ho imposto solo per tutelare noi, ma anche per proteggere Ritter. Da me. Gli ho dato un biglietto per entrare nella mia famiglia - perché Sterling, nonostante mi abbia deluso, resta famiglia -, una garanzia che non gli farò mai del male, perché non faccio male ai miei. L'ho costretto ad essere dei miei perché in questo modo non potrà sottrarsi. Perché il matrimonio tiene la gente insieme anche quando non si sopporta più, perché in questo modo - quando avrò Sterling col cuore spezzato a bersi l'anima in sala macchine - non dovrò preoccuparmi di prendere il revolver e andare a cercare il suo ex-fidanzato che, senza più il collegamento che li tiene uniti, diventerebbe un rischio che non possiamo permetterci di correre.

Sono stanca. Sono esausta, a ben vedere. La gamba non mi ha mai fatto così male, a volte il dolore mi fa venire le lacrime agli occhi. Di notte, soprattutto. Mi stordisco di antidolorifici finché non sento più neanche il peso della mia vita. John Cassidy diceva che c'è solo un certo numero di cose che una persona può sopportare, e che dopo averle sopportate tutto basta, fine, non può reggere nient'altro. Giorno dopo giorno mi sento sempre più vicina a quel limite. 

Però prendo respiri profondi fingendo che vada tutto bene, che non ci pensi mai a tutto questo. Che non pensi mai a lui, che non sia andata quel pomeriggio a Safeport a cercare il suo tatuatore a Sunset Tower per farmi dire che non torna a casa sua da una vita, che non sia andata a cercare conforto sul corpo di una puttana che puzzava di sudore.

Uno in completo di Koroleva mi ha chiesto, oggi al mercato, se faccio ciò che è giusto. Io gli ho ripetuto quello che diceva mia madre, e che faccio ciò che devo. 

Spero solo di avere abbastanza forze da continuare a farlo.


martedì 15 maggio 2012

my own kind of gift


"Su questo ha ragione, miss Ross: non c'è pace"

Un omaggio.


(A Roonamei ho regalato un libro. E' una favola antica, parla di un gabbiano che non si accontenta di aprire le ali solo per planare sull'acqua e afferrare il pasto, ma che vola per superarsi, e inciampa mille volte sulle sue ali, e viene allontanato dal suo stormo, e va lontano per imparare la perfezione, e poi torna per insegnarla, e poi va in un luogo simile al Paradiso come lo immagino io. C'è una cosa che dice il gabbiano. Dice: l'unica vera legge è quella che ci rende liberi. Era la favola preferita di mia madre. A volte mi chiedo se non sapesse già tutto.)

The only true law is that which sets us free. 


venerdì 20 aprile 2012

my own kind of decision to make



Guardo Roona Mei che si dirige in casa dopo un sorriso stirato. La gamba mi fa male. 

Giro la testa verso il sentiero, la jeep della Winter è già lontana. Prendo un respiro profondo come mi ha insegnato mia madre, e mi concedo il lusso di zoppicare fino ai gradini della veranda. Ho bisogno di tenermi ad un palo per mettermi giù seduta, così da non caricare troppo peso sulla gamba. Un altro respiro profondo. Come mi ha insegnato mia madre: non c'è paura che un respiro profondo non possa spazzare via.

Di paura ne ho avuta. Quando la Coyote Queen è calata sui campi di Greenfield, ero sicura che avrebbe sparato. Nel migliore dei casi avrebbe bruciato ettari di campi, nel peggiore avrebbe ammazzato qualcuno. No, nel peggiore avrebbe ammazzato tanta gente. E in quel preciso momento, mentre avevo il cuore in gola, ho risentito ciò che mi aveva detto Edwards solo poche ore prima. Aveva detto: "abbiamo intenzione di lasciar fare il bello e il cattivo tempo a James Murdock ancora a lungo?". Maledetta, me lo sono tra i denti: maledetta voce della ragione, maledetto grillo parlante, avrei dovuto pensarci io e avrei dovuto pensarci prima. E ora che abbiamo evitato di un soffio la peggiore delle tragedie, ora devo fare quella scelta. E farla presto, prima che ritorni.

La verità è che mi sento in colpa, per Jim. Jim è stato tra i miei compagni più cari e uno dei primi a mettere piede sulla mia nave. Uno dei primi a credermi quando gli dissi che c'era un fronte organizzato, uno dei primi a darmi fiducia. Non gli ho piantato io negli occhi quello che ha adesso, ma se non l'avessi voluto nel mio equipaggio ora non potrebbe vedere così lontano, e aver perso allo stesso tempo così tanto la testa. E' pazzo: non vedo un motivo, un pattern, una ragione precisa in nessuna delle azioni che compie. E' mosso da pulsioni quasi infantili, è completamente pazzo: e dio sa che parte ho avuto io, nella sua pazzia.

Rivedo gli occhi velati di lacrime di Roona Mei, poco prima di andare a dormire. Ha il cuore grande come quello di un leone, ma resta pur sempre una bambina, con soli vent'anni e una bontà smodata, e niente di ciò che le sta succedendo se lo merita. Tutti abbiamo perso Blackbourne, ma tutti noi l'avevamo messo in conto tra le possibilità, tutti noi ci eravamo abituati. Lei si è occupata del funerale, lei è minacciata dai Bolton, lei ha James Murdock col fiato sul collo, alla ricerca di una ridicola vendetta per seicento dollari. 

Seicento dollari. Ci avrebbe ucciso, per seicento dollari. 

Un respiro profondo e uno ancora, per smettere di tremare. Me lo ripeto: no, Roona Mei non si merita niente di tutto questo. Non si merita di essere in pericolo, non si merita neanche di avere nemici. Nei suoi occhi neri si tuffa tutta la bontà e l'innocenza del 'Verse, e per quanto sia sbagliata questa vita, non c'è verso che lei debba scontarne il prezzo. Non è giusto. Va fermato.

Devo avvertire Scott... Cole, devo avvertire Cole. Devo parlare con lui del dafarsi. Stanotte ho dormito serenamente, come non mi capitava da mesi. Ritrovarmi la mattina l'odore di motori che si porta dietro fin dentro le narici mi ha fatto sentire in buona compagnia. Vorrei che durasse, ma per quanta serenità mi possa mettere dentro mi troverò sempre davanti Donna Winter, prima o poi, a ricordarmi che per quanto la sua fedeltà sia consegnata a me e nella Almost Home, sarà sempre un uomo spaccato in due. Ho provato a fare un passo avanti. Non so nemmeno se volevo trascinarlo per vedere fino a dove si sarebbe spinto. So che ogni volta che lo guardo negli occhi cerco l'incertezza e il rancore, e il modo particolare che ha per dimostrare la frustrazione, e quel lampo di rassegnazione che gli attraversa il volto quando si sente incompreso e indesiderato. 

Non è il modo giusto per iniziare niente, forse per finirlo. Ma non voglio finire. E adesso non saprei neanche che paracadute garantirgli: con Donna Winter fuori dai giochi di Hall Point, non avrei niente da consigliargli né da offrirgli. Ma forse mi sto facendo troppi problemi, e lui ha in verità molto meno bisogno di me di quanto immagino. Se l'è cavata, mentre non c'ero. Si era trovato un buon lavoro, non onesto forse, ma quale lavoro lo è al giorno d'oggi?

Devo smettere di pensarci. Devo smettere di sentirmi sul filo di un rasoio, devo smettere di pensare che lo sia lui. Devo concentrarmi su Jim, sul problema che costituisce, sui danni che potrebbe fare in futuro, su quanto sia diventato pericoloso per tutti, nonché per il nome di tutti quelli che in vita loro hanno indossato un browncoat.

Devo prendere una decisione. 



venerdì 13 aprile 2012

my own kind of ideal


Ci sono delle persone.

La prima è una donna elegante. Si fida della mia parola, nonostante io non mi fidi della sua. Non mi odia nonostante sappia benissimo quanto io odi lei, per mille e uno motivi che giocano a scavalcarsi nella mia testa. Il primo è che lui si è già messo in pericolo, per lei. Il secondo è che lui mi ha chiesto di mettermi in pericolo, per lei. Il terzo è che è uguale a tutti quelli della sua razza: invece delle armi avrebbe conquistato il rim con la cultura e la tecnologia del Core. E' un ragionamento sbagliato, sbagliato fino al midollo delle ossa, e nessuno di loro se ne rende mai conto quando lo pronuncia. E' sbagliato perché parte dall'assunto che il Core sia più evoluto, che abbia una missione di civilizzazione nei confronti dei "meno fortunati", dei barbari, di noi. Come è convinta che sia Josephine Leroux. Lei non è da meno. Lei è uguale.

E' uguale, ma mi dà risposte quando pongo domande. Poi mi dice che sono un'idealista.
Le dico non sono un'idealista. Sempre combattuto per cose concrete: la terra, la libertà di decidere per se stessi. Non sono un'ingenua, so che abbiamo perso la guerra.
Lei è ubriaca e mi dice che questo è il punto. Che sono un'idealista perché lo so, e continuo a combattere.

Ai suoi occhi, questo è essere un'idealista: andare contro le proprie possibilità. Ma non mi ha sentito, non a fondo. Le ho detto non sono un'ingenua. Le ho detto che o così o morirei. Le ho detto, e l'ho detto chiaro: "io non ho molto altro, per cui vivere". Ma non ascoltano, non lo fanno mai.

L'altra è Roona Mei Wilson.
Lei dice che parlo per entità astratte, perché definisco la gente la mia gente. I suoi occhi danno al 'Verse una forma diversa, in cui nessuno ha mai vinto la guerra, in cui adesso siamo solo tanti pesci in un mare infinito che non fa distinzioni. Dice che non c'è mai stata Giustizia, che la Giustizia non è di questa vita. Che siamo tutti persone, che siamo tutti uguali.
Io so che non è così. So che quando mi alzo in piedi, la mattina, mi alzo in piedi da sconfitta. So che ogni mattina, quando mi alzo in piedi, sono costretta a chiedermi se ne sia valsa mai la pena, se non avremmo fatto meglio ad arrenderci subito e a farci conquistare, col senno del poi. Vivo la giornata da sconfitta, mangio con altri sconfitti come me e medito vendetta come solo gli sconfitti sanno fare. Quando provo a dormire, la notte, sogno l'odore di decomposizione che emanava il corpo di Cain, dopo notti passate all'addiaccio, a piangere e a vomitare, abbandonati da tutti, arresi. Questo a Roona Mei non potevo raccontarlo. Non potevo perché lei è giovane, e ha la dolcezza della gioventù negli occhi, e dovrei odiarla per strappargliela via e trascinarla nella mia miseria.

Non lo faccio. Imbraccio il mio benson sei colpi e tengo gli occhi fissi sullo sterrato, in attesa di sentire le vibrazioni del terreno che annunceranno l'arrivo dei Bolton e della loro banda. Stringo il cannone come fosse il mio più caro amante e mi dico all'inferno, è così che morirò io, perché quando ci hanno invasi mi hanno tolto ogni altra scelta e ogni altro posto e ogni altra possibilità e ogni altro modo di vivere che non fosse quello in cui stringi il tuo benson sei colpi come se fosse il tuo più caro amante, e aspetti di morire, perché se non accadrà stanotte accadrà presto, e inizi ad immaginare il proiettile col tuo nome sopra che ti aspetta dietro ogni angolo.

Con una giacca blu.

Con venti cavalli.

Con un cappotto nuovo che ha sostituito quello marrone.

Con le unghie lunghe e curate.

Con gli occhi che immaginavi di tuo padre.

Mi dico che non sono sola. Punto gli occhi su Sterling che è agguerrita, su Edwards che è selvatica, penso a Cole e ai suoi sbalzi di umore, e mi ripeto che il giorno in cui non potrò tenerli più al sicuro Sterling avrà Edwards ed Edwards avrà Sterling, e lui avrà una chance su Hall Point, un lavoro adatto che gli permetta di costruire qualcosa, e una donna che può occuparsi di lui, che dice che lo ama, e mi ripeto che è giusto che sia così, perché le cose devono fare il loro corso, gli sconfitti devono rassegnarsi ed andare avanti, e provare ad essere felici con ciò che resta loro, perché non sono tutti come me, non sono tutti pieni di rabbia e odio e insoddisfazione.

Ma io ho ancora il benson tra le dita, e la voce di Cain nelle orecchie, quando ripeteva quell'adagio.

"Qual è l'unica cosa che diciamo alla morte, Jack?"
"Not today"