sabato 4 febbraio 2012

my own kind of pictures

Ho solo foto di una vita lontana poco meno di dieci anni, e ricordi di un passato più recente cui provo a non pensare. Mi dico solo che se faccio ciò che devo, e lo faccio bene, mi faranno presto tornare dall'altra parte del 'Verse, dove sta la mia nave e quella specie di famiglia che ho iniziato a costruirmi ormai quasi un anno fa.

Poi ricordo di Renshaw. Di quando mi ha chiamato, mi ha detto capitano Rooster, c'è bisogno di lei a Dào. Ha un uomo fidato a cui affidare il suo equipaggio?

E io ho detto di sì.
Ho detto di sì mentre sentivo nel suo tono che avrei potuto dire di no e mi avrebbe lasciato stare.
Avrei potuto dire di non e non avrei dovuto lasciare tutte le nuove reclute, avrei potuto non mandare a Jim quella lettera in cui tentavo la razionalità, avrei potuto restare nella mia quasi-casa con la mia quasi-famiglia, e tutto sarebbe andato bene, tutto sarebbe rimasto come prima. E Cole. Cole...

Invece ho detto di sì.
Chi prendo in giro. Horyzon è sempre troppo vicino a qualsiasi rotta traccino i miei piloti, e Anne è lì, con la cosa più vicina alla mia vera famiglia che resti nell'intero 'Verse, nelle mani di un uomo che sa chi sono e saprebbe come rovinarmi. Quanto avrei potuto resistere, prima di provare a sparargli? Prima di farmi prendere, prima di distruggere quel poco che ho costruito con i Devils?

Non avrei resistito, lo so. Avrei continuato a pensare agli occhi bicromi del ragazzino, ai capelli color del sole di Anne, al suo profumo fresco e genuino di quando avevamo vent'anni e parlavamo di come realizzare tutti i migliori sogni della nostra vita. Guardavamo al futuro in modo beffardo, e pensavamo che il 'Verse fosse un frutto pronto ad essere colto da noi.

O che saremmo state felici, comunque sarebbero andate le cose, comunque.

Dovevo allontanarmi da lei, dovevo rendermi impossibile raggiungerla. Eppure, più la fuggo, più mi ritrova: c'è questa donna, Eireen Hatfield. Come Anne è un medico, e di Anne ha i capelli biondi e gli occhi castani, il tocco delicato e il tono dolce e pacato di chi si rivolge alla vita con dolcezza, e alla quale la vita ricambia la stessa delicatezza. Ha venticinque anni e una risata cristallina e spontanea, come se tutto l'orrore dell'ultimo decennio di storia universale non ne abbia scalfito la gentilezza dei movimenti, la gioia di vivere.

E' Anne da giovane, la Anne che ricordavo prima di essere andata a Capital City. La Anne che mi abbracciava e mi chiedeva di riportare suo marito a casa, quella stessa Anne che il giorno del suo matrimonio, all'altare, mi cercò con gli occhi e mi sorrise, facendomi rassegnare alla sua gioia e al posto che da quel momento in poi mi spettava nella sua vita. Ma condividere anche quella vita a metà con Maryanne, condividere Cain, condividere Sean, quando nacque, fu abbastanza. Fu bello e mi rese felice.

Eireen ha lo stesso sguardo spontaneo di chi non può essere ferito dalla vita, di chi è pronto ad accettare tutto solo perché considera la possibilità di respirare il dono di qualche Dio.

Qualsiasi sia il Dio che dona questa forza ad Eireen, che donava la stessa gioia ad Anne... a volte vorrei ricordarmi come si prega, per vedere se può spostare il suo sguardo anche su di me.


martedì 17 gennaio 2012

my own kind of leaving

I'd be a version of myself I've never seen
I'd do it right this time
I'd do it right this time

But snow falls down
and dead leaves break apart
Yes, things fall down
and peolpe break your heart
and people break your heart


Ehi Jim.

Qualche giorno fa ho ricevuto dall'ammiraglio Renshaw l'ordine di recarmi presso una base nel sistema Dào, dove mi verranno dati ordini ulteriori. Mi è stato fatto capire che la mia assenza sarà più lunga del solito, e che quindi avrei dovuto provvedere ad un cambio di cariche. In quanto mio secondo, Scott è diventato il capitano e il proprietario della Almost Home, nonché il vostro comandante. In quanto secondo nella catena di comando, voglio chiederti di supportare le sue scelte e di aiutarlo in questo periodo di assestamento: le reclute hanno bisogno di punti di riferimento chiari, seppure per ora sono coinvolte esclusivamente nella parte commerciale del gruppo. In un gruppo con due meccanici e un numero sterminato di piloti, vi converrà iniziare a cercare più potenza di fuoco. Nel frattempo, ti suggerisco di insegnare a tutte le reclute come utilizzare un'arma da fuoco: devono essere in grado non solo di autodifendersi, ma anche e soprattutto di partecipare ad assalti e missioni che richiedono più pistole che timoni.

Ho anche un favore da chiederti. Il mio mustang, Shamrock, si trova in una stalla di Oak Town , in un box per cui ho pagato l'affitto per i prossimi dodici mesi. Avrebbe bisogno di qualcuno che andasse a strigliarlo e che gli facesse fare due passi ogni tanto: è un cavallo nevrile e molto testardo, a cui piace stare libero. Lascialo correre un po', di tanto in tanto, ma prima di farlo assicurati che abbia imparato a tornare da te a comando. Io utilizzo un paio di fischi lunghi, ma sicuramente saprai addestrarlo a ciò che preferisci.

Stai dietro a Scott. Più specificatamente, abbi pazienza con lui: il comando potrebbe renderlo più teso, e avrà sicuramente bisogno di qualcuno che lo consigli nelle decisioni difficili. Sii paziente. A prescindere.

La segretezza di questa base sembra un elemento molto caro ai nostri colleghi, per cui non credo che sarò in grado di comunicare con voi una volta lì; non allarmatevi quindi se non avrete notizie da me. Nel caso in cui mi accadesse qualcosa, darò istruzioni di contattare te e soltanto te nell'equipaggio. Abbi tatto nel riferire la notizia che, comunque, mi auguro non arriverà.

Non ho altri grandi consigli, se non tieni gli occhi aperti e fa' ciò che devi al meglio. E non darti pensiero per me: starò benone.

Jack


[ Accanto al biglietto, James troverà una chiave metallica - quella del box dove si trova il mustang - e una semplice armonica a bocca, dall'aria piuttosto vecchia. Guardandola da vicino, potrà notare che sul lato inferiore c'è un'incisione molto curata, che riporta le iniziali "J.R.", e una seconda incisione più grande e più graffiata, fatta probabilmente con un chiodo o qualcosa di simile. Non è molto leggibile, ma perdendoci un po' di tempo si riuscirà a distinguere "WHEN YOU CANT RUN" ]

mercoledì 11 gennaio 2012

my own kind of heart that exploded (part 2)



"Immagino non sia qui per un consulto medico".

Ha una voce roca. So riconoscere un fumatore quando lo sento, e lui lo è. Fuma di sicuro il raffinato tabacco sintetico del Core, quello possibile da trovare a tutti i sapori, tranne quello di tabacco vero. Faccio qualche passo nel suo studio, osservandone le pareti. Certificati che non riconosco attaccati ai muri e qualche quadro con colori opachi e segni astratti.

"Non pensavo mi stesse aspettando."

"Non esattamente. Sean le somiglia molto, miss Rooster".

Ruoto il capo verso di lui, ferma a metà di quella stanza. Seduto dietro una scrivania di legno solido, sicuramente importanto da qualche mondo del border, tiene le mani giunte, la schiena dritta. Eppure non è come immagino gli uomini del Core. Ha una camicia sgualcita sotto la giacca, una barba brizzolata e lievemente incolta, delle occhiaie profonde, degli... occhi, profondi. Ho sempre immaginato tutti quelli di Horyzon con gli occhi chiari e gelidi di Ryan Gibbs, persone che immagino non abbiano sentito mai il calore sulla pelle, l'affetto, la rabbia, la disperazione e tutte quelle sensazioni in grado di riscaldare il sangue nelle vene. Gli occhi opachi di Kal Suri, lo posso dire con certezza, hanno un tepore che mi è familiare, e allo stesso tempo ostile.

"Vuole sedersi?"

Voglio sedermi. Non riesco a staccargli gli occhi di dosso, chiedendomi come Anne abbia potuto dormire con questo vecchio dopo essere stata sposata con Cain, come mai potrebbe preferire questo vecchio che ho di fronte a me. Accavallo le gambe senza togliermi il cappotto. E' quello marrone. Lo è da sempre.

"Posso immaginare perché abbia deciso di venire a farmi visita, miss Rooster. Non sono un uomo che gira attorno alle cose, e verrò quindi al dunque. Maryanne è decisa nel tenerla completamente fuori dalla vita del bambino, e ha in questo il mio più completo supporto. Prima che decida di perdere tempo sulla faccenda, le dirò che Maryanne ha la piena podestà sul bambino, insieme a me, in quanto suo genitore adottivo."

Lo guardo dritto negli occhi e quelle parole mi scivolano addosso come acqua gelida. Scavo nelle rughe del suo volto alla ricerca della sua storia, aggrappandomi con le mani ai braccioli della sedia.

"Vista la situazione, il consiglio più sincero che posso darle è quello di lasciare Capital City e di non farvi ritorno. Può consolarsi con l'idea che Sean vedrà soddisfatti tutti i suoi bisogni, che frequenterà le scuole migliori e che sarà sempre circondato dall'affetto dei suoi cari".

Sollevo appena il mento e schiudo le labbra, inghiottendo aria senza fretta. Provo a guardarlo da un'altra angolazione, dall'alto. Voglio aggirare l'attenzione dei suoi occhi calmi, del suo tono calmo e collaborativo, provo a guardare cosa resta di lui dietro la barba sfatta e i denti lievemente ingialliti.

"Lei non ha mai combatutto, non è così?"

Glielo chiedo, lo capisco. Lo vedo, deve essere così.

"Se avesse combattuto, non avrebbe il coraggio di dirmi niente di tutte queste stronzate. Se avesse combattuto, saprebbe che c'è una sola cosa che ti tiene in vita, nelle trincee. Hai gli stivali nel fango fin sopra le caviglie, non arriva cibo da giorni. Di notte, se fumi, rischi di essere colpito a vista. Ti danno un cappotto pesante, un fucile e un elmetto. Ma lo sa contro cosa non protegge, l'elmetto?"

I miei occhi diventano due fessure. Visto che non riesco a capire chi è ad occhi ben aperti, provo a confondermi la vista, a mescolare i suoi lineamenti in macchie di colore più vaghe che mi lascino solo una traccia su cui ricostruire i miei ricordi.

"Dalle granate. Piovono di giorno, di notte. E quando succede, non hai posto dove nasconderti. Quando te ne cade una vicina hai uno, massimo due secondi per allontanarti. Lo sa come sono le trincee? Be'. In due secondi non vai molto lontano"

Riapro gli occhi quando riesco ad intrappolare in quella traccia visiva quella immaginata di un volto che non ho mai conosciuto.

"E le cariche per guadagnare cinquanta metri di terreno. Ne ha mai sentito parlare? Vuol dire che esci dalla trincea e inizi a correre. Corri per quei cinquanta metri, e sono cinquanta metri in cui non hai riparo, non hai nessuno che ti copre le spalle. Se vuoi vivere, lasci andare avanti i più coraggiosi. La prima linea, i primi che saranno buttati a terra. Gli spartachiani, erano cosi. 'La linea spartana', la chiamavamo. Quando vedi certe cose, e provi certe cose, ti vengono in mente delle idee sulla vita, su quanto valga la pena"

Inspiro a fondo, notando con una sorpresa non manifestata che Kal Suri mi lascia parlare, osservandomi con l'attenzione di chi ascolta.

"E l'unica cosa che ti tiene in vita è quella. E' pensare che lo stai facendo per proteggere chi ami. Che tornerai a casa, troverai qualcuno ad aspettarti. A dirti che sei un eroe, ad aiutarti a riniziare una vita. Cinque anni di guerra. Ha idea di cosa voglia dire, riniziare una vita, dopo cinque anni sotto le armi?"

Non gli lascio il tempo di rispondere.

"Ma l'ho riniziata. Sono tornata a Shadetrack. Ho sepolto mio fratello vicino a mia madre, e a mio zio. E invece di lasciarmi morire, ho riniziato una vita, da sola, soltanto perché sapevo che da qualche parte in questo maledetto 'Verse c'era ancora un pezzo della mia famiglia. Del mio sangue. E tu. Tu ora sei qui, di fronte a me. Mi guardi negli occhi e mi dici che dovrei rinunciare a loro. Non hai un briciolo di vergogna?"

Kal Suri si spinge verso di me con il busto e mi fissa.

"Mi dispiace per la sua famiglia, capitano Rooster".

Mi chiama capitano. Lo guardo, e so che sta per inserire la lama là dove la mia carne è più tenera e la pelle più sottile. Ha gli occhi di una tigre che protegge il suo territorio, e in quello scambio di sguardi ferocemente pacato mi rendo conto che vuole Anne, che vuole il figlio di mio fratello come suo, che non desidera nient'altro e che non vi rinuncerà mai.

"Ma su una cosa si sbaglia: ho fatto la guerra. Ho prestato servizio nel corpo medico alleato. Ho salvato la vita a più ufficiali di quanti lei possa immaginare, e molti di quegli ufficiali ricoprono adesso i più alti ruoli nella Flotta, negli sceriffati locali, nelle più potenti società commerciali del 'Verse. So di lei. So della Lucky Bastard di John Cassidy, di quello che facevate a bordo e di quello che lui sta ancora facendo. E so anche che lei stessa ha una nave, con un numero di ex indipendentisti a bordo da fare gola all'ultimo degli assaltatori alleati. La sua mancata collaborazione mi costringe a porla davanti ad una scelta: può lasciare Capital City, Horyzon e, per sempre, la mia famiglia. Oppure può insistere, essere allontanata da loro da un ordine restrittivo e perdere qualsiasi cosa lei abbia costruito in questi anni dopo la guerra. E le garantisco che non mi accontenterò di farle togliere la nave: andrò a cercare nel passato di ogni singolo membro del suo equipaggio, farò tornare ogni fantasma."

Un respiro profondo.

"Lei non sa di cosa sono capace, capitano".

La pelle scura, gli occhi del mio stesso colore, le rughe. E' così che, a dodici anni, immaginavo mio padre: un uomo calmo e ostile, in grado di minacciare tutto ciò a cui tenevo. A dodici anni immaginavo la grande resa dei conti, il modo in cui l'avrei scacciato di nuovo dalla vita di mia madre urlandogli che ormai non avevamo bisogno di lui.

Con le mani ben serrate ai braccioli della sedia, la gamba che pulsa di dolore, ogni muscolo teso e contratto, guardo negli occhi l'uomo che somiglia all'idea che da bambina avevo di mio padre. Mi aggrappo al legno più forte, cercando un'ancora di salvezza, un'imprecisione, una via di uscita che mi permetta risolvere il problema positivamente.

Tutto ciò che trovo è un nodo ai miei piedi e una palla di ferro pieno che mi trascina sul fondo. In quel momento, proprio mentre spalanco gli occhi e il cuore si dimentica un secondo di pomparmi il sangue nelle vene, mi rendo conto che sono suoi, che gli appartengono. Che mio nipote è diventato suo figlio, e che l'unica donna che abbia mai amato è adesso sua moglie. E che non li rivedrò mai più.


venerdì 6 gennaio 2012

my own kind of heart that exploded (part. 1)




"Perché sei qui"

Il sangue mi si gela nelle vene e mi dimentico per un attimo di trovarmi qui dove sono, a Capital City, in questa grande città che mi è straniera e ostile, con un cappotto marrone addosso che mi ha guadagnato gli sguardi dei passanti. Guardo Anne e la vedo con i capelli più corti, qualche ruga agli angoli degli occhi, più matura in vestiti neri, col collo coperto, bella come sempre, così bella da mettermi in soggezione, da farmi chiedere se io sono invecchiata, come, quanto, se dovrei sorridere per farmi riconoscere in quella che ero quasi dieci anni fa.

"Anne... ci ho messo tanto, scusami... è perché non riuscivo a trovarti, sei sparita dalla circolazione e..."

"Perché sei qui, Jack?"

"... e sono due anni che vi cerco..."

"Ti servono soldi?"

C'è qualcosa di sbagliato. Il colpo mi fa tirare la pancia in dentro, mi stringo nelle spalle. Provo a sorridere, ma sulla faccia sento solo la neve che mi cade addosso.

"Anne, no, sono... sono venuta a prendervi"

"Non c'è nessuno da prendere, Jack"

"Anne, Cain è... lui è morto, vi resto solo io..."

"Solo tu?"

Nei suoi occhi bruni vedo un velo opaco di rabbia e durezza, dietro il quale si affaccia uno sguardo triste, distante.

"Solo tu? Non ti vedo da otto anni... chi credi di essere? Sei una sconosciuta per me quanto lo sei per mio figlio. Io mi sono risposata, Jack. Ho iniziato una nuova vita."

C'è qualcosa di sbagliato. Mi trema una mano. Solo una mano, penso che sia il freddo.

"La guerra ci ha portati lontani, Maryanne. Non è ciò che volevamo, Cain vi amava più di ogni cosa... e io vi ho cercato, non ho fatto altro che cercarvi. Pensavo di ritrovarvi a Shadetrack, ma..."

"A Shadetrack? Quando ti aspettavi di trovarci? Dopo i bombardamenti? Oppure dopo l'epidemia di di tifo due? Vostra madre, Jack, vostra madre è morta delirando e chiamando i vostri maledetti nomi, mentre voi eravate in un altro sistema. Quando è morto anche tuo zio, Jack, dimmelo tu, che avrei dovuto fare? Shadetrack era distrutta, e avevo un figlio a cui pensare"

Mamma è morta di tifo. Io ci penso e il pensiero trova la sua eco. E' quello il momento in cui mi rendo conto di avere la testa leggera. Forse non è leggerezza: è il senso di vuoto di quando scendi di quota troppo rapidamente, e il cuore ti arriva fino alla gola. Ora sto perdendo quota, è chiaro.

"E ora come ti permetti di venire qui, a dire che vuoi portarci via! Portarci via? Ma dove, Jack, dove diavolo pensi che potremmo andare, con te? Come fai a pensare che ci sia la benché minima possibilità per te di poterti solo avvicinare a noi, dopo quello che ci hai fatto!"

"L'ho fatto per proteggervi..."

"Smettila! Smettila di ripeterlo!"

Alza la voce. Mi fa paura, Maryanne, quando urla. Faccio un passo indietro e mi rendo conto che adesso mi trema tutto il corpo, dai talloni fino alla base del collo.

"Smettila di ripeterlo! Se avessi voluto proteggerci saresti rimasta con noi! E se fossi stata in grado di proteggere qualcuno lo avresti fatto, con Cain!"

"..."

"Ti ho chiesto una sola cosa, tua madre ti ha chiesto una sola cosa, Jack: di riportarlo vivo a casa. Non l'hai fatto. Ed è giusto che sia andata così: è giusto avervi perso, entrambi. Mi ha permesso di riniziare, di fare ciò che era meglio per Sean..."

"Anne... mi dispiace così tanto... ti prego, fammi vedere il bambino"

"Non puoi"

"E' mio nipote"

"Lo era, forse. Adesso si chiama Sean Suri. Io mi chiamo Maryanne Suri. Certi nomi aprono delle porte, Jack, e mio figlio adesso ha tutte le porte aperte, una vita davanti, un..."

Non la sento più. Continua a parlare, ma tutto ciò che riesco a fare è osservare il bambino che è apparso in casa, dietro quella porta socchiusa dalla quale si affaccia. Imbronciato, con quei capelli neri e gli occhi di due colori diversi, uno castano e l'altro di un verde scuro e torbido, un po' opaco. Un'espressione colma di disappunto e intenta nell'investigazione della sconosciuta che si trova di fronte: me. E' un bambino bellissimo, di otto anni. E' Cain. E' il figlio di Cain.

Faccio un movimento brusco: copro la distanza tra me e Anne, provo a superarla di lato, provo a raggiungere mio nipote. Lei spalanca gli occhi, irrigidisce i muscoli. Negli occhi del bambino c'è un lampo di tensione, ma non indietreggia, neanche quando la madre si frappone tra noi due, mi afferra le spalle, mi spinge indietro con tutta la forza che ha. Io insisto, lei prova a colpirmi sul volto, mi spinge di nuovo, mi dà un pugno su una spalla. Quando faccio qualche passo per sottrarmi alla sua rabbia, lei continua a provare a colpirmi con una foga che mi fa inciampare. Cado di schiena, la neve attutisce il colpo.

"Sean..." provo a chiamarlo, ma lei è più veloce. Lo spinge dentro casa, rientrando anche lei.

Mi guarda dalla soglia.

"Per me sei morta, Jack. Come tutti i Rooster di questo dannato 'Verse".

Poi chiude la porta, sbattendola fuori.

Io adagio il capo nella neve, aspettando per rialzarmi in piedi. Resto immobile per interi minuti, pregando affinché la terra mi divori portandomi via dalla faccia di questo dannato 'Verse.







venerdì 23 dicembre 2011

my own kind of distance


Fort Brennistas. « ripete quel nome a mezza voce, più roca di prima » tuo nonno è morto a centoventi miglia da casa mia.

... E a più di ottanta parsec da casa sua.



Proprio come me.
Anche quando lo dice uno sconosciuto, soprattutto se lo dice uno sconosciuto...
certe cose fanno più male di cento coltellate in pieno petto.



giovedì 22 dicembre 2011

my own kind of keeper



Tengo gli occhi socchiusi mentre provo ad addormentarmi, in modo da non potermi scordare che dopo le mie palpebre c'è la luce.

Scivolo in un ricordo pieno di vento. Mi stringo in un cappotto imbottito di lana e insieme a mio fratello procedo verso la grande casa di legno in cui siamo cresciuti. Sono felice e impaziente, ho i capelli legati e gonfi di umidità. Una pioggia leggera e piena di lame mi cade sul viso senza darmi fastidio. Sto ridendo di qualche battuta. Accelero il passo per il freddo.

Penso di bussare alla porta, ma a tre metri dal portico la porta si spalanca e ne esce mia madre, che si pulisce le mani sporche di farina su un grembiule macchiato. Sorride anche lei. Cain mi precede e le va incontro. Mentre la abbraccia, io faccio i primi gradini.

This house
she creeks and moans
she keeps me up

Il legno scricchiola sotto i miei piedi. Salgo le scale senza fretta, stanca, e spalanco le braccia per stringere mia madre. Lei mi batte sulla spalla, poi mi prende il viso con le mani ancora pallide e mi bacia su entrambe le guance.

This house
she's quite a keeper
quite a keeper

Mi sveglio con l'odore della farina nelle narici, ma con calma, senza sobbalzare mentre apro gli occhi. Sento un nodo alla gola, e lo ingoio. Chiudo gli occhi di nuovo, sperando di tornare nello stesso sogno.



mercoledì 14 dicembre 2011

my own kind of breath



Un respiro profondo.

Mi sono sentita mancare il fiato, per un istante. Era come se avesse colpito il giubbotto con tanta forza da farmi rientrare il kevlar nella cassa toracica. Sono caduta a terra, con quel passamontagna che mi impediva di incamerare l'aria fresca pompata dai sistemi vita della Almost Home. E mi è tornato in mente cosa diceva mia madre quando ero nervosa, o quando mi facevo male.

Un respiro profondo.

Era una donna dura, mia madre. Crebbe mio e mio fratello da sola. Non so perché non si sia mai sposata: da giovane, ancora lo ricordo, era una ragazza splendida. Quando io e Cain eravamo piccoli ebbe anche attorno un paio di pretendenti. Il primo era un ragazzotto di Indira, abbronzato e con un sorriso bianco, la barba che gli cresceva a macchie. Quando avevo sei anni, però, mi ricordo un altro uomo: Don. Don era un uomo vero, me lo ricordo: un signore con una barba folta e brizzolata di una quarantina d'anni, con una schiena ancora buona e un lavoro dignitoso. Gestiva una piccola fattoria col sudore della fronte. Sembravano stare bene, insieme. Quando lui era in giro, lei sorrideva sempre. Aveva poco più di trent'anni allora, e il suo sorriso era raro, ma anche splendido. Don la rendeva rilassata, la faceva abbandonare ogni tanto a se stessa, le faceva godere un minimo una vita che per lei era sempre stata fatta di lunghe ore di lavoro. Se la cavava anche con noi, Don: mi ricordo i regali che mi faceva per Natale e per il compleanno, il modo semplice che usava per spiegare le cose complicate, le sue mani robuste che mi aiutavano a salire sul mio primo cavallo. Non era zio Sam, non era neanche mio padre. Ma per un po' fu qualcosa che vi si avvicinava molto.

Un respiro profondo.

Non si sposarono mai, e dopo un po' Don non si fece più vedere. Non ho mai saputo perché mia madre rifiutò la sua offerta, ma ho sempre avuto un'idea. Era un uomo all'antica, di quelli che volevano provvedere alla propria moglie, alla propria famiglia, senza fare alzare loro un dito. Mia madre non era così, non era per quella vita: era una donna indipendente, che lavorava sodo e che non ammetteva che nessuno dicesse una singola parola di critica su come educava i suoi figli. O forse, dopo tanto tempo passata da sola, ci aveva semplicemente fatto l'abitudine. Quando ero più giovane volevo essere come lei. Volevo stare da sola, non volevo legami, non volevo nessuno che mi dicesse, o che solo mi suggerisse cosa fare, o che volesse avere una parola nel modo in cui conducevo la mia vita.
Poi la guerra ha cambiato tutto. Come se in un solo colpo avesse spazzato via la speranza di avere una vita normale, una relazione duratura, un vero tetto sulla testa, un lavoro onesto e qualcuno da cui tornare a casa la sera. John non l'ha mai capito. Non ha mai capito che la mia rabbia non veniva dall'avere gli occhi puntati al passato, ma dal non riuscire più a vedere avanti a me. Niente che mi piacesse, almeno. Niente che non sembrasse solo una bugia, un'imitazione squallida della vita che avrei potuto avere se avessi messo qualche soldo da parte, se avessi trovato la persona giusta, se i miei cari non fossero mai morti.

Un respiro profondo. Ogni volta che mi sbucciavo un ginocchio, che mi facevo male. Lei non mi aiutava ad alzarmi. Mi guardava soltanto con quegli occhi intensi che aveva, dicendomi: "un respiro profondo". Era il suo modo per evitare che piangessi, che dessi troppa importanza alla caduta, che mi dimenticassi che potevo rimettermi in piedi con le mie sole forze.

Forse l'ho fatto. Ho trovato la Almost Home, che è quasi una casa, il mio equipaggio, che è quasi una famiglia. Un lavoro quasi onesto, un uomo quasi giusto.

Un respiro profondo.

Vorrei non sapere come questa vita andrà a finire. Vorrei non sapere che c'è un proiettile col mio nome sopra, da qualche parte del 'Verse, che prima o poi mi strapperà via anche questo quasi-futuro che mi sono costruita.